di Pietro Vigorelli
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di lĂ da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensitĂ s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Anche una persona disorientata ha davanti a sé una siepe, ma oltre quella c’è il vuoto assoluto, un baratro spaventoso. La persona disorientata non conosce la presente stagione, non riconosce lo stormir del vento, non ha più un pensiero di cui è padrona. Al posto della dolcezza del naufragar in questo mare c’è l’angoscia di non saper più dove sono, chi sono, in che tempo sono.
E il caregiver che cosa può fare?
Esserci, stare lì accanto a lui come una solida roccia, un sicuro punto di riferimento a cui il naufrago possa aggrapparsi.
Tribuna 129, 18 febbraio 2026

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